Di mulini a vento

Difendere le proprie ragioni non è sempre la scelta migliore da prendere. Certo, in astratto lo è sempre, a livello macro umano, ma intendevo dire che non è la scelta migliore, la più conveniente.
Purtroppo tra le tante sfaccettature del mio complesso carattere annovero anche la caratteristica di non saper tacere di fronte alle azioni stupidi o vessatorie altrui. Se riguardano me, sia chiaro, chè se uno nasce con l’istinto di dover sempre porgere l’altra guancia al più forte, faccia pure.
Una volta taccio, la seconda mugugno, la terza rispondo a tono. E rispondo a prescindere da chi ho davanti, che sia un parente, un superiore gerarchico, il Papa o il maestro Splinter delle Tartarughe Ninja.
La cosa curiosa è che io non sono affatto un tipo iroso o votato al litigio. Anzi, chi mi conosce può confermare che rifuggo i litigi perchè li ritengo spesso una perdita di tempo e parole. Piuttosto fuggo. Come in amore. Ma questo comportamento a sua volta discutibile non è il punto focale, ora.
Dicevo che non riesco a restarmene zitto troppo a lungo se qualcuno si ostina a propinarmi delle fesserie pensando di essere più furbo di me. Insomma, è successo anche a lavoro. Ad un diretto superiore che da troppo tempo si ostina a pretendere senza interpellarmi mansioni oltre l’orario di lavoro che so benissimo non essere tenuto a svolgere, gli ho testualmente risposto di “sbattermene le palle delle direttive aziendali”.
E giù a vomitarmi addosso cazzate su di me, sul futuro mio, dei miei figli e della mia progenie.

Fanculo.

Il mio contratto scadrà a breve a prescindere da questo episodio e onestamente a questo punto fanculo a chi la pensa come la massa e a come si comportano gli altri, quelli inseriti nei meccanismi dell’ingranaggio. Un contratto che a sentire le voci di corridoio tutti mi avrebbero rinnovato a furor di popolo, ma me lo hanno detto più volte di lavorare per un’azienda che come tante in Italia non opta per scelte razionali in tema di reclutamento di professionalità. Ironico però che fino all’ultimo giorno proprio i miei superiori si ostineranno a presentarmi a tutti come la “grande nuova leva”, fulgido esempio di facciata di quel millantatissimo reverse mentoring.

Ma forse è meglio così. Io non sono un lavoratore, anzi, una persona prima di tutto, adatta alle loro esigenze. Lo è l’ameba piantata al posto accanto al mio che ogni volta che la guardo mi fa salire la fatidica domanda sul come cazzo è stato possibile che sia stata assunta qui dieci o venti anni or sono. Tempi di vacche grassissime evidentemente.
Quello che so è che devo cambiare, se voglio sopravvivere. Perchè non sono quelli come me che vanno avanti in questa società che “cammina all’indietro”. Ma lo sono quelli che se ne stanno zitti, che tengono tutto dentro annuendo salvo poi mordere il cuscino di un divano piangendo quando soli a casa. Che a cinquant’anni sono presi da tremori per una vita succube e si calano pastiglie per tranquillizzarsi, sconquassandosi il fisico e che infine a sessanta non sanno nemmeno chi sono fuori dalle porte dell’ufficio e coltivano come unica ambizione quella si correre a rinchiudersi in casa per coltivare un diversivo stupido che li annichilisca come ne La Carriola di Verga. Frustrati, ma inseriti. Godetevi le vostre mediocrità.

Ma, in definitiva, mi è chiaro che il mio è un combattere contro un nemico invincibile e che per giunta non vedo. Non posso battere i mulini a vento. Il verso di rotazione delle loro pale non cambierà, bensì sarò io a cambiare.

Mentre sono in macchina diretto verso la palestra mi torna in mente lo splendido monologo finale di Trainspotting. Irvine Welsh sarà anche uno che è passato un pò troppo attraverso l’epoca più acida della storia, ma certe cose le aveva capite prima di me.

Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa. Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai (Mark Renton).

Soundtrack: Slaves- The Hunter

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11 thoughts on “Di mulini a vento

  1. Su qualcosa bisogna cedere…Non si può pretendere che tutto giri come piace a noi. C’è anche spazio per le nostre individualità, ma bisogna anche sapersi prendere delle responsabilità, altrimenti non si accetta un lavoro così, tanto per farlo, per sopperire alle necessità del momento,magari togliendolo a chi lo farebbe volentieri, anche a prezzo della perdita di una parte della libertà. E poi, la vera libertà è dentro di noi. Se un impiego così non va bene, ci si crea un’occupazione a misura delle nostre esigenze.

    • Sono d’accordo sul fatto che la responsabilità di portare a termine il lavoro sia mia perchè io ho firmato il contratto di assunzione. Ritengo anche però che mostrarsi pecore davanti al lupo non sia la soluzione a lungo termine. Nel breve, brevissimo termine si, può anche darsi.

  2. Hai fatto bene, credimi, io sono a casa adesso un po’ per mia scelta e un po’ perche’ mancando mia mamma mi prendo cura della mia famiglia, ;-) ma ti assicuro che nella mia vita lavorativa ho fatto sempre di testa mia riuscendo poi ad ottenere quello che volevo lavorando sodo! Lo so che adesso sono tempi duri per il lavoro e che tutti ne approfittano dei giovani, lo vedo con mia figlia e mio nipote ma sono sicura che riuscirai ad ottenere quello che desideri perche’ sei in gamba, un abbraccio a te, :-)

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