Throwback Tuesday: il gioco della bottiglia

La bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo ruota su sè stessa sul pavimento, vuota.
A terra ci sono quelle piastrelle così dozzinali, bianche e con le scanalature scure e granulose. Danno l’impressione di qualcosa di frettoloso, poco curato.

Gira la bottiglia e con gli occhi intanto io ruoto per cogliere l’intero quadro della situazione sopra le teste dei presenti. Qualche poster appeso qua e là, un armadio a parete che non ho mai visto con le ante chiuse, una finestra dagli infissi leggermente crepati verso l’interno che denunciano la necessità di manodopera.
La finestra è sufficientemente grande e posizionata in basso da fare in modo che io ci possa guardare comodamente fuori anche dalla mia posizione, seduto sul tappeto al centro della stanza.
Adoro la compressione di paesaggi della mia terra e il fatto che in cento chilometri con un pò di fortuna posso guardare in una sola vista il mare, la pianura, le colline e le vette seghettate delle montagne. Da qui vedo molti prati, delle belle case padronali con i giardini ampi e curatissimi e le colline sullo sfondo.
Ho sempre avuto il vizio di soffermarmi sui particolari. O il pregio, non lo so. Mi viene più naturale risalire da un singolo tratto peculiare al contesto generale, che non il contrario. Quando mi viene presentata una persona che per me non ha un impatto significativo per il corso della mia vita, io me ne dimentico sistematicamente il nome. Però saprei riconoscerla nella calca di un bar dalla sua postura o dalla lunghezza delle maniche della camicia sulle mani.

La bottiglia ròtea sospinta dalla forza centrifuga proveniente dagli occhi dei presenti che la stanno fissando. Tutti eccetto me. Non si distingue più la scritta sull’etichetta e anche il colore è indistinto, fusione del rosso, del bianco e della trasparenza della plastica.
Mia madre ama ripetere che sono sempre stato carino ma agitato, fin da bambino.
Al primo punto non ho mai dato peso, perchè quale donna non direbbe la stessa cosa del prodotto dei suoi lombi? Dovremmo essere tutti bellissimi a questo mondo, e invece, Madre di Dio, non è affatto così. Potevo avere le orecchie al posto del naso che per lei sarei comunque dovuto essere carino.
L’aggettivo “agitato”, al contrario, mi ha sempre incuriosito. Dicono che dal giorno in cui imparai a camminare non stessi mai fermo, che saltavo sui divani, che uscivo di nascosto di casa e correvo per il giardino, sia quello di fronte alla casa che quello sul retro, che inseguivo le anatre lungo il torrente con un tale trasporto che di solito o mi inciampavo su un sasso o scivolavo in acqua.

La bottiglia perde qualche colpo nella sua rotazione, si comincia a leggerne di nuovo la scritta sul dorso. A me da ragazzino non piaceva nemmeno, la Coca Cola, e a dire il vero non mi fa impazzire neppure ora.

“Davide… DAVIDE! Ci sei o stai dormendo?!?”

Torno nella realtà trascinatovi a forza dal mio amico Andrea, sulla sinistra, che mi appioppa un pugno sulla spalla e mi chiama a gran voce. Guardo la bottiglia ai miei piedi e il tappo è rivolto verso di me.
Io non ci volevo partecipare a questo stupido gioco, volevo giocare a pallone o ascoltare la musica. Ma gli altri mi ci hanno costretto, me lo hanno imposto.
Una lezione di vita che devo ad oggi ancora assimilare. Devo sbagliare di testa mia, piuttosto che assecondare gli altri.

Sarei sul punto di rituffarmi in uno dei miei pensieri, vividi e colorati, ma non posso farlo. Proprio dal posto dinanzi al mio si alza una ragazza, tra il mormorio generale. Una biondina, credo si chiami Jessica o Jennifer. Giuro che non l’ho mai accertato. Non è nemmeno il mio tipo, anche se non le manca niente. E’ carina, come direbbe mia madre. Carina è un attributo assolutamente vago e quasi neutro, non trovate? Ha addosso una maglietta con la stampa dell’ Hard Rock Cafè di Atene.
Ecco, di quella t-shirt mi ricorderei, mentre del suo esatto nome no.
Butta lì due passi caracollanti in mia direzione, poi si ferma e mi si mette di fronte, ginocchia a terra.
Ora che sono consapevole di essere tornato nella realtà, chiudo gli occhi. Troppo presto e difatti gli altri presenti ridono di me. Li riapro, la guardo per un attimo, ora a distanza di venti centimetri, li richiudo con migliore tempismo.

Mi schiocca un bacio sulle labbra. Molto casto e rapido, anzi, sentendo la sua bocca vagamente tremolante mi sembra che non sia poi così decisa nella sua iniziativa come voleva apparire.
Altra lezione da tenere a mente nel proseguo della vita, diffidare dalle apparenze, o perlomeno cercarsi un’apparenza molto bella da contemplare, fingendo che sia la realtà.
Jennifer/Jessica torna al suo posto saltellando, annunciando ad un’amica che ho delle strane labbra. Ma di uno strano che la fa sorridere.

Il gioco della bottiglia non è niente di che, lo sospettavo prima e ne avevo ora la conferma. Scoprii, invece, che i baci mi piacevano. Conclusi che avrei approfondito la questione in futuro. Che, in fondo, come ripeteva sempre mio padre, anche per un ragazzo di 15 anni è importante porsi degli obbiettivi, pure quando si è in campeggio in estate.

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Soundtrack: Asher Roth- I love college

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