Un titolo non ce l’ho

Il fumo denso della Marlboro rossa mi arriva dritto in faccia, mi penetra nelle narici e mi provoca l’immediato bisogno di tossire. Non so nemmeno come si possa riuscire a fumare qualcosa del genere.

Il mio interlocutore si chiama Goran ed è macedone.

Se c’è una cosa positiva del mio attuale lavoro, e ce n’è molto poche, è che non può capitare di annoiarmi. Questo vago discendente di Alessandro Magno è l’ultimo arrivato, ma non è un novellino. Ha cambiato una miriade di posti di lavoro nei suoi ventisette anni di vita ed ha la flemma di chi oggettivamente non può essere scalfito dagli eventi della vita, cosa che gli invidio. Essendo arrivato da un paio di giorni mi chiede come mai sono il bersaglio preferito, quasi l’unico, delle ramanzine del capo. Gli spiego che sono il solo che finora ha avuto le palle di rispondergli per le rime e ora ne pago le conseguenze. Me la deve far pagare con gli interessi.
Smette per un attimo di tirare come un ossesso dalla sigaretta, mi squadra attentamente e dice che ho fatto bene, che prima di partire per l’Italia all’età di quindici anni suo nonno gli aveva raccomandato di non mostrarsi mai troppo debole e remissivo col padrone, perchè chi si prostra ai piedi di qualcuno da lì non si rialzerà mai.
Mi racconta di una situazione a suo dire simile che gli era capitata in uno dei suoi primi lavori, quando ancora era minorenne.

“C’era un tizio che faceva le veci del capo e al primo giorno si è messo a urlarmi contro cose senza senso per tutta la giornata, solo per impressionarmi. Sai cosa ho fatto io? Alla pausa mi sono avvicinato a lui e gli ho detto che alla prossima volta lo accoltellavo. Ha smesso di parlare e mi ha rincorso fino all’ora di chiusura per chiedermi scusa.”

Diffido abbastanza dalla validità di questo approccio dipendente-datore di lavoro, frutto forse di una diversa cultura in materia di relazioni sindacali in Macedonia, però Goran è un tipo a posto. Non gli darei in sposa una mia figlia, ma se devo lavorare per un pò con lui può andare bene.

Il tempo della pausa finisce, il suo mozzicone di sigaretta vola via sul selciato con sprezzo del senso civico e rientrando incrociamo una cliente in uscita, che ormai in sei mesi mi ha raccontato tutto di lei. Ha sempre addosso troppo profumo, credo Calvin Klein.

“Sembrate delle comparse del telefilm Spartacus, voi due”.

Forse. Sarà l’aspetto fisico, visto che anche Goran è un bel marcantonio, quasi quanto me, anche se io sono più in forma. Però lui sa usare il coltello, o per lo meno promette di saperlo usare con ottima nonchalance. Io tendo a limitarmi all’uso delle parole e subisco le reprimenda del capo.

Per anni ho desiderato addormentarmi. Quella parte dell’addormentarsi che è spegnersi, rinuncia, disfacimento. Ora dormire è l’ultima cosa che voglio.

 

Soundtrack: Papa roach- Last resort

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23 thoughts on “Un titolo non ce l’ho

          • Rido.
            Scusa, ma Goran mi sembra il personaggio di Dragon Ball. Cosa ne posso ridere io, alla fine mi chiamo Veronica. E per quanto ne so, un macedone potrebbe farsela sotto dalla risate appena lo sente pronunciare. Magari è il nome di una specie rara di stercoraro.

          • Dice che Вероника non ha un particolare significato nella sua lingua, anche se non sono convinto abbia colto il nocciolo della questione. Non ride, però.

            A volte i colleghi sono utili a qualche cosa. Anche se chiamandosi Goran e non Gohan non mi daranno una mano a recuperare le sfere del Drago.

    • Il mio è strano, sì. Sono convinto che da un lato mi rispetti di più perchè ha capito che non mi faccio mettere i piedi in testa, dall’altro è seriamente intenzionato a farmela pagare.

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