In alto i bicchieri (anzi, facciamo il bicchiere per non esagerare)

Quando si nasce in una zona geografica in cui l’alcol ha più adepti praticanti del cristianesimo è difficile restare insensibili al richiamo del bancone del bar.
Le strade possibili sono due: l’alcolismo agonistico (e patologico) e quello amatoriale (leggasi, di tanto in tanto).
Io ricado nella seconda categoria e ne sono felice. Anzi, ne siamo felici sia io che il mio fegato che arriverà a sessant’anni passando tutte le revisioni come un automobile tedesca.

Detto questo, è un periodo che ho voglia di bere.
Di farmi una bella birra fresca al bar dopo lavoro, con leggerezza. Non so cosa induca questo mio stato d’animo. Forse il primo assaggio di primavera. O l’amore, come diceva mia nonna in risposta a tutti i miei problemi da adolescente. O semplicemente la sete.
Questo mio recente prurito alcolico è noto perché sono il primo a proporre aperitivi e dopocena ai miei amici, in questi giorni.
E’ addirittura noto a una blogger tra di voi, che ogni tanto si sorbisce i miei sproloqui in separata sede (dont’judge me please).

Il bar in cui solitamente si ambienta il misfatto è sempre lo stesso. E’ IL bar, quello di fiducia raggiungibile a cinque minuti di camminata da casa mia. Quello dove le facce sono grosso modo sempre le stesse e se ci entri da solo senti partire dal fondo un “Ehilà, da quanto tempo!” e ti ritrovi con un bicchiere di prosecco in mano prima di aver fatto in tempo di rispondere.
E’ un bar che sembra uscito da un film di Don Camillo e Peppone. Per i locali cool e i drink con i nomi stranieri c’è il weekend.

Gli avventori del bar sono tanti, ovviamente, ma ci sono alcune figure fisse come nel teatro di posa.

C’è Nicola, il malinconico. Se ne sta sempre seduto su una di quelle sedie alte che sono messe proprio a ridosso del bancone. Sguardo basso sul bicchiere e filastrocca straziante ripetuta in loop. “Eh, il mutuo…la ragazza che mi tradisce con il vicino…la cervicale che mi duole…”

C’è Alessandro, che dal ’98 apre giri di bevute senza chiuderne mai uno. Camicia sempre un po’ sbottonata in alto, capello biondo di media lunghezza ingellato che gli finisce sugli occhi di tanto in tanto. Ti si avvicina, ti abbraccia e propone “E dai! Facciamocelo un altro giro!”. E poi chissà perché non tocca mai a lui il momento di chiudere il giro, cioè di pagare.

C’è Alessandro 2, che è più grande di me di una decina di anni ed è un personaggio mitologico. Fa un lavoro che nessuno, lui compreso, sa quale sia (la sua spiegazione tipo è: “sono seduto davanti a un monitor e schiaccio un bottone rosso”. Sì, esattamente come Homer Simpson nella centrale nucleare di Springfield) ed è un tipo davvero generoso. Se vi vede al bar vi offre sempre da bere facendo segnare tutto sul suo conto. E’ l’unico che ha l’onore di avere un conto aperto là dentro. Quando lo chiude, circa una volta al mese, si muove una quantità di denaro pari alla manovra finanziaria del Governo.

C’è Stefano, che veniva a scuola con me ed era un comunista sfegatato, di quelli con la t-shirt del Che anche nell’ora di educazione fisica. Ora è finito a lavorare per la segreteria provinciale di un partito che non è nemmeno troppo di sinistra e di conseguenza annega nello spriz la mestizia per essersi venduto l’anima rossa.

C’è Fabio. Fabio è astemio. Ora, da piccolo i vecchi saggi mi avevano insegnato che “chi beve solo acqua nasconde qualcosa”, però denigrarlo sarebbe sbagliato. In primis umanamente, perché è un caro figliolo, in secondo luogo per convenienza. Ai tempi delle patenti a punti e degli etilometri Fabio vale tanto oro quanto pesa. Quindi quando lo vedo lo indico subito con il dito da lontano “Fabione! Liscia o frizzante, faccio tutto io”.

Ci sono Martina e Sveva, anche note come “le belle del locale”. Sì, ok, sono carine, però il giudizio estetico su di loro è palesemente falsato dal fatto che nel bar sotto casa è raro vedere figure femminee dal gradevole aspetto, se non saltuariamente. E nel caso di ragazze mai viste entrare prima tutti scattano in piedi come se dovessero prendere la targa di un auto che sfreccia sulla Milano-Meda a centosessanta all’ora. Quindi Martina e Sveva sono le belle del saloon.

Poi ci sono io. A volte ancora vestito di tutto punto, altre volte con il borsone ai piedi, pronto ad andare in palestra.
Me ne sto là in mezzo a quella gabbia di matti a cui, in fondo, voglio un gran bene. E sorrido sempre, recupero dal malumore accumulato nelle mie giornate scandite da scadenze, grigiore, giacche e cravatte, facce composte.

Come oggi. Un bicchiere al volo e via ad allenarmi.

Stasera brindo anche a voi.

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