Uncommon breed

Scrivere un post che abbia l’ardire di riprendere il filo del mio discorso, qualunque esso fosse, dopo mesi di silenzio, è un’impresa che eccede di gran lunga i miei talenti. Si aggiunga che lo faccio in veranda, a torso nudo, alle tre di una mattina che è figlia di una notte afosa, sudata, presa a morsi con voracità e lungi dall’essersi esaurita.

One night and one more time, thanks for the memories.

Rewind.

Quando lei quel giorno di inizio estate mi ha lasciato, come fulmine a ciel sereno, per tornarsene dal suo ex, mi sono chiesto cosa avrei fatto, non appena la parte più dolorosa della separazione mi avesse dato tregua. Imparare dai miei errori e darmi brevemente tregua dalle donne per un pò oppure, all’opposto, gettarmi a capofitto su di esse per scacciare con la stessa moneta il suo ricordo?
Sono sempre stato quello troppo indeciso e affetto da paranoie. Ancor oggi, seppur in misura minore. Certo, di aspetto esteriore piuttosto gradevole, sufficientemente sveglio, ma incapace di tenere a due mani il timone della nave su cui navigo. Una posizione di debolezza perenne. Scialaquatore di possibilità.
Per una volta ho deciso di fregarmene e vivere qualche cosa che fosse buono solo per me, senza spiegare niente a nessuno, per autogratificarmi.
E’ bastato applicarsi un pò e in breve tempo mi sono ritrovato l’agenda discretamente piena di nomi di donne in attesa di una mia chiamata. Non me lo ricordavo così facile. Con la maggior parte ci ho solo flirtato, lo faccio per appagare il mio ego, e anche loro lo sanno. Con poche selezionate ci siamo divertiti. Non voglio una relazione, almeno fino a quando in giro resta un barlume di estate a scaldare la pelle. La vita è troppo breve per preoccuparsi ora di queste cose. Probabilmente non è l’atteggiamento giusto, non sono sicuro mi farà bene a lungo termine, non me ne vanto nè faccio pubblicità in giro, ma mi ha tenuto a galla e non mi curo del resto, per una volta.

“Strano però. Anche quando sai che deve finire… quando poi finisce, ti infliggi immancabilmente quella domanda: avrò fatto la cosa giusta?” (Alfie Elkins, Alfie)

Flash forward.

Una voce femminile chiede dove sono e io alzo un braccio, senza voltarmi. Mi implora nel suo misto di italiano, tedesco e inglese di tornare a letto con lei.

Ma io devo finire un post per il mio blog!

Rido mentre guardo la mia immagine riflessa che di rimando ride nello schermo mentre diventa buio, poi chiudo il pc.

In un minuto siamo di nuovo assieme, intreccio di corpi, mani e qualche pensiero. Noto una sua scarpa con tacco in bilico vicino alla porta, il suo tatuaggio sulla coscia sinistra e il labbro superiore leggermente turgido perchè lei si inietta del filler da sola ogni tanto, perchè è una chirurga estetica.
Mi chiede di prometterle che ci rivedremo al prossimo suo impegno in Italia, a settembre. Potrebbe effettivamente accadere. O anche no. Nessuna domanda per stasera, ok? Tanto non avrei le risposte.

“You shouldn’t have high hopes on me”.

High hopes. Adoro la canzone “High hopes” di Springsteen.

Quante cose mi sono perso fino ad ora e quante strade sbagliate potrei invece stare imboccando, anche in questo preciso istante? La cosa spaventosa e bellissima al contempo, è che non lo so. Ma prendere a morsi la vita qualche volta, invece che accontentarsi di uno striminzito assaggio qua e là, ti riconcilia con la tua natura umana, è estatico.

Quando mi staccherò da lei riaccenderò il pc e scriverò questa chiusa al mio post.

C’è una vaga idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione. In realtà non sono io, ma una pura entità, qualcosa di illusorio. Anche se so mascherare la freddezza del mio sguardo, e tu puoi anche stringermi la mano e sentire la mia pelle a contatto con la tua, e persino arrivare a credere che i nostri stili di vita sono perfettamente comparabili… la verità è che io non sono lì. (Patrick Bateman, American Psycho)

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Soundtrack: Ego-Willy William