Self confidence

Dal mio punto di vista se c’è qualcosa che fa da spartiacque nella valutazione delle persone è questo. Self confidence. Fiducia e consapevolezza in sè stessi e nei propri mezzi.
Sapete quella teoria sociologica dei 10 secondi? La caratteristica che rende all’istante interessante o meno qualcuno. La luccicanza di Shining.
Non deve sfociare nell’arrogante supponenza, ma deve essere un plusvalore che rende più incisive tutte le azioni che facciamo.

Mi spiego. A lavoro è colui che non soffre di crisi d’ansia se gli viene chiesto di svolgere un compito nuovo, anche se non rientra nella categoria contrattuale di inquadramento per cui è assunto. Testa bassa, sguardo deciso e camminare.

Per strada è chi vi guarda negli occhi se vi incontra. Non è banale come considerazione. Quante persone conoscete che pur essendo, con molti distinguo evidentemente, vostri amici vi salutano in fretta e furia, guardando di sfuggita, spaventati più da loro stessi che non da voi?

Nello sport è colui che non ha remore a giocare duro, a buttarvi a terra se necessario, ma che alla fine della gara vi tende la mano per rialzarvi. Non servono parole, basta l’incrocio di sguardi. E’ rispetto reciproco. Sono due sfere di self confidence che si riconoscono l’una nell’altra.

Nei rapporti di coppia la self confidence è fondamentale. Io parlo di quello che conosco e osservo, quindi della sfera femminile. Se sei donna non basta avere un gruppo di tre amiche con cui uscire al venerdì per una serata men not allowed, ripetendosi in coro che non c’è bisogno di uomini per essere felici, per averla. Anzi, è qualcosa che si manifesta proprio nella situazione di uno contro uno, tra lui e lei. E’ qualcosa di estremamente sexy. E’ il sapere esattamente cosa si vuole e come lo si vuole.
Non si parla di ribaltare i ruoli: la donna è donna e deve rimanere tale. All’uomo piace sapere di essere quello che porta i pantaloni (o almeno fateglielo credere, ragazze), ma piace anche sapere che chi ha a fianco è alla sua altezza, che può fronteggiare tutto ciò che la vita vi riserva come lo fareste voi.
In battaglia la difesa più importante è il compagno alla vostra destra che copre il raggio di tiro che voi non potete raggiungere da solo.
Sarà la donna con il giusto grado di self confidence che saprà quando e come esprimersi per far sentire continuamente il suo uomo ancora più fortunato di averla incontrata quel giorno in quel posto e averle rivolto per la prima volta la parola.
Sarà colei che non ha paura di mostrarvi chi è davvero, nei punti di forza e in quelli deboli. Sarà quella che se ha voglia di voi e delle vostre attenzioni non aspetterà sempre la vostra mossa, ma vi intrappolerà contro il muro facendovi lo sguardo. Quello sguardo che avete imparato a riconoscere.
Self confidence.

Cheers.

Gli occhi grigi striati dal sole fissavano il vuoto, ma lei aveva deliberatamente preso le redini dei nostri rapporti e per un momento credetti di amarla. Ma sono molto lento a pensare e pieno di regole interiori che agiscono sui miei desideri. (F.S.Fitzgerald- Il grande Gatsby)

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“Just shut your eyes and burn the past”

“Just shut your eyes and burn the past”.

Se mi bastasse davvero scriverlo con un pennarello nero per farmelo entrare sottopelle in virtù di qualche strana proprietà transitiva ora sarei già a posto. E invece no, non è così, quel tratto di pennarello svanirà ben presto ed io resterò nella stessa identica situazione.

Io sono quello per cui il passato non passa mai, e non lo dico per farmi commiserare.
Ho fatto un sacco di sbagli e continuo a farli. Mancanza di senso di responsabilità? Educazione sbagliata? Circostanze sfavorevoli? Nessuna di queste, o forse tutte. Non lo capirò mai, fondamentalmente perché in fondo avrei paura di scoprirlo.
Scoprire che forse in fin dei conti sono solo un essere umano progettato male, un tarocco fatto in Cina che quando si guasta non puoi mandare alla casa madre a riparare.

Potrei mettermi ad elencare i miei difetti da quanto sono cosciente di averli. Sono scarsamente sentimentale, scarsamente pervaso da sentimenti di umanità. Scappo continuamente dai rapporti duraturi. Mento per sopravvivere e per rendermi la vita meno difficile.
Chi ha avuto modo di avere a che fare con me può confermare quasi tutto, credo.
Una volta una ragazza mi ha detto che il mio problema è il potenziale. Potenzialmente sono in grado di fare grandi cose in molti ambiti: lavoro, sport, amicizie, amore. Devo solo… Mentre cercavo di trovare la risposta ho fatto scappare anche lei.

Allora, perché scrivere qualcosa come “just shut your eyes and burn the past”? Che senso ha per uno come me?

E’ una speranza ben nascosta, un desiderio che non ho mai confessato a nessuno, a voce alta nemmeno a me stesso. Certi giorni voglio convincermi che ci posso riuscire, che posso fare di quel momento il punto di svolta della mia vita e cambiare definitivamente. Diventare una persona migliore, perdonare chi mi ha fatto del male, sforzarmi di fare del bene, smettere di giocare con i sentimenti degli altri e via dicendo. Ma poi non lo faccio mai.
I miei pensieri di cambiamento restano come i buoni propositi di smettere di fumare di Zeno. Sono solo una riga di parole infilate una dietro l’altra, ma dietro ad esse non c’è nulla di vero. Dietro ad esse ci sono io e basta.

Ci riprovo anche stamattina. Questo è un post che è un proposito positivo.

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Una favola senza lieto fine

C’era una volta nel regno di ParolaStampata una principessa dai grandi occhi verdi.

Alla sua corte giungevano continuamente le persone più intelligenti e colte del reame, per discutere di arte, musica e fare dei grandi banchetti. Molti erano i pretendenti della principessa, che era bella e così piena di interessi da trovare ben presto noiosi gli argomenti di tutti coloro che venivano a lei per cercare di corteggiarla.
Iniziava ad annoiarsi quando un giorno al suo castello giunse un ragazzo che aveva tutta l’aria di essersi perso e di essere capitato lì per caso. Se ne stava in disparte e ascoltava gli altri parlare e tessere le lodi della principessa, e di tanto in tanto la guardava.
Quello che il ragazzo aveva capito a differenza degli altri è che la principessa era troppo intelligente per aspettare di farsi scegliere da uno di loro. Un giorno, prima o poi, avrebbe scelto lei il suo principe.
Il ragazzo non intendeva di certo proporsi alla principessa, perchè sapeva che i loro mondi erano troppo distanti. Si accontentava di guardarla.
Dopo una settimana che il ragazzo si presentava puntualmente alla corte e se ne restava seduto in disparte fu la principessa ad avvicinarsi a lui, incuriosita, e gli chiese per quale motivo si trovasse lì.
Il ragazzo rispose che non lo sapeva, ma che in cuor suo aveva la convinzione di poter scrivere cose abbastanza belle da essere lette dalla principessa. Tutti gli altri membri della corte si misero a ridere di lui, ma la principessa non li ascoltò e prese il manoscritto sgualcito che il ragazzo teneva tra le mani.
Quella sera lesse le pagine e ne restò colpita, decidendo di iniziare una corrispondenza segreta con il ragazzo, che viveva in un regno vicino.
Le parole scambiate erano così belle, così allegre e vere che un giorno la principessa propose al ragazzo di incontrarsi. Ma non alla corte del regno di ParolaStampata, perchè gli sguardi indiscreti erano troppi. Propose di fare una passeggiata in riva al mare in una località sconosciuta ad entrambi. Avrebbero parlato e camminato e magari riso dicendo cose divertenti come nelle loro corrispondenze.
Il giorno prefissato la principessa si recò nel luogo designato nella sua carrozza, incapucciata per non essere riconosciuta al suo passaggio e aspettò il ragazzo proprio sotto al faro in cui si erano dati appuntamento.
Nel frattempo il ragazzo, nel suo regno, si era deciso a partire. Non era stata una decisione facile, perchè era un pò impaurito dalla figura della principessa, così diversa da lui. Sorgevano inoltre altri due problemi. Il primo è che non conosceva bene la strada, il secondo è che aveva il tempo contato, perchè il ponte levatoio del suo castello sarebbe stato chiuso al calar del sole.
Si mise in viaggio in fretta e furia, confidando che il suo vecchio cavallo conoscesse la strada meglio di lui, visto che aveva già viaggiato molto per quelle terre con il suo precedente proprietario.

Arrivato a un bivio scelse di andare a sinistra, correndo a perdifiato.

Il ragazzo non arrivò mai all’appuntamento con la principessa dagli occhi grandi, perchè la strada giusta sarebbe stata quella a destra, là al bivio.
Quando il ragazzo si accorse di aver sbagliato direzione il cielo in lontananza stava già dipingendosi di rosso. Da lì a poco avrebbe fatto notte.
Il ragazzo ci pensò su, combattuto fra l’idea di raggiungere la principessa e restare fuori dal suo castello e quella di tornare a casa sua, al riparo dai lupi e dai briganti che di notte sarebbero usciti allo scoperto. Alla fine con difficoltà prese la sua decisione.
La principessa aspettò per un pò ai piedi del faro, poi con un sospiro di delusione risalì sulla carrozza e riprese la via per il suo regno.
Si disse che era un peccato che quel ragazzo l’avesse delusa, perchè in lui aveva visto qualcosa di molto interessante, di raro.
La notte, ineluttabile, calò.

Fuor di metafora, scusa. Per quanto vale.

Penso proprio che mi prenderò una pausa dal blog.

In alto i bicchieri (anzi, facciamo il bicchiere per non esagerare)

Quando si nasce in una zona geografica in cui l’alcol ha più adepti praticanti del cristianesimo è difficile restare insensibili al richiamo del bancone del bar.
Le strade possibili sono due: l’alcolismo agonistico (e patologico) e quello amatoriale (leggasi, di tanto in tanto).
Io ricado nella seconda categoria e ne sono felice. Anzi, ne siamo felici sia io che il mio fegato che arriverà a sessant’anni passando tutte le revisioni come un automobile tedesca.

Detto questo, è un periodo che ho voglia di bere.
Di farmi una bella birra fresca al bar dopo lavoro, con leggerezza. Non so cosa induca questo mio stato d’animo. Forse il primo assaggio di primavera. O l’amore, come diceva mia nonna in risposta a tutti i miei problemi da adolescente. O semplicemente la sete.
Questo mio recente prurito alcolico è noto perché sono il primo a proporre aperitivi e dopocena ai miei amici, in questi giorni.
E’ addirittura noto a una blogger tra di voi, che ogni tanto si sorbisce i miei sproloqui in separata sede (dont’judge me please).

Il bar in cui solitamente si ambienta il misfatto è sempre lo stesso. E’ IL bar, quello di fiducia raggiungibile a cinque minuti di camminata da casa mia. Quello dove le facce sono grosso modo sempre le stesse e se ci entri da solo senti partire dal fondo un “Ehilà, da quanto tempo!” e ti ritrovi con un bicchiere di prosecco in mano prima di aver fatto in tempo di rispondere.
E’ un bar che sembra uscito da un film di Don Camillo e Peppone. Per i locali cool e i drink con i nomi stranieri c’è il weekend.

Gli avventori del bar sono tanti, ovviamente, ma ci sono alcune figure fisse come nel teatro di posa.

C’è Nicola, il malinconico. Se ne sta sempre seduto su una di quelle sedie alte che sono messe proprio a ridosso del bancone. Sguardo basso sul bicchiere e filastrocca straziante ripetuta in loop. “Eh, il mutuo…la ragazza che mi tradisce con il vicino…la cervicale che mi duole…”

C’è Alessandro, che dal ’98 apre giri di bevute senza chiuderne mai uno. Camicia sempre un po’ sbottonata in alto, capello biondo di media lunghezza ingellato che gli finisce sugli occhi di tanto in tanto. Ti si avvicina, ti abbraccia e propone “E dai! Facciamocelo un altro giro!”. E poi chissà perché non tocca mai a lui il momento di chiudere il giro, cioè di pagare.

C’è Alessandro 2, che è più grande di me di una decina di anni ed è un personaggio mitologico. Fa un lavoro che nessuno, lui compreso, sa quale sia (la sua spiegazione tipo è: “sono seduto davanti a un monitor e schiaccio un bottone rosso”. Sì, esattamente come Homer Simpson nella centrale nucleare di Springfield) ed è un tipo davvero generoso. Se vi vede al bar vi offre sempre da bere facendo segnare tutto sul suo conto. E’ l’unico che ha l’onore di avere un conto aperto là dentro. Quando lo chiude, circa una volta al mese, si muove una quantità di denaro pari alla manovra finanziaria del Governo.

C’è Stefano, che veniva a scuola con me ed era un comunista sfegatato, di quelli con la t-shirt del Che anche nell’ora di educazione fisica. Ora è finito a lavorare per la segreteria provinciale di un partito che non è nemmeno troppo di sinistra e di conseguenza annega nello spriz la mestizia per essersi venduto l’anima rossa.

C’è Fabio. Fabio è astemio. Ora, da piccolo i vecchi saggi mi avevano insegnato che “chi beve solo acqua nasconde qualcosa”, però denigrarlo sarebbe sbagliato. In primis umanamente, perché è un caro figliolo, in secondo luogo per convenienza. Ai tempi delle patenti a punti e degli etilometri Fabio vale tanto oro quanto pesa. Quindi quando lo vedo lo indico subito con il dito da lontano “Fabione! Liscia o frizzante, faccio tutto io”.

Ci sono Martina e Sveva, anche note come “le belle del locale”. Sì, ok, sono carine, però il giudizio estetico su di loro è palesemente falsato dal fatto che nel bar sotto casa è raro vedere figure femminee dal gradevole aspetto, se non saltuariamente. E nel caso di ragazze mai viste entrare prima tutti scattano in piedi come se dovessero prendere la targa di un auto che sfreccia sulla Milano-Meda a centosessanta all’ora. Quindi Martina e Sveva sono le belle del saloon.

Poi ci sono io. A volte ancora vestito di tutto punto, altre volte con il borsone ai piedi, pronto ad andare in palestra.
Me ne sto là in mezzo a quella gabbia di matti a cui, in fondo, voglio un gran bene. E sorrido sempre, recupero dal malumore accumulato nelle mie giornate scandite da scadenze, grigiore, giacche e cravatte, facce composte.

Come oggi. Un bicchiere al volo e via ad allenarmi.

Stasera brindo anche a voi.

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Domande esistenziali di un piccolo cucciolo d’uomo #1

Prendo l’auto di mia sorella per andare a recuperare la mia automobile che è dal meccanico. La sua assurda macchinina tipicamente girl-style con un adesivo ancora più assurdo sul paraurti di un concerto a cui è stata.

Già sono sul chi va là pensando a quanto mi farà pagare il meccanico, che se per caso è finito il liquido refrigeratore come minimo quando mi presento mi dice “Scusi, ma andava cambiato l’intero telaio. E anche la targa. E a quel punto ci è sembrato logico anche rottamarla direttamente e darle in cambio un trattore”.

Dietro di me una macchina si avvicina tanto, troppo. Mi fa un segnale coi fari, ma io lascio stare.
Mi suona il clacson e penso che forse l’auto di mia sorella ha una luce di posizione che non funziona.
Metto la freccia per entrare nel parcheggio e anche l’auto dietro svolta con me.
Mi fermo, spengo il motore e guardo nello specchietto retrovisore. Anche l’altra auto si è fermata.
“Ok”, penso, “ci siamo”. Sarà qualcuno che vuole regolare i conti con me. Sarebbe inopportuno fare a cazzotti a stomaco vuoto, però.
E invece dall’auto scende una bionda di un metro e ottanta, con i RayBan a specchio e una scollatura fino all’ombelico. A quel punto mi preparo a scendere, passandomi una mano tra i capelli per controllare se è tutto a posto e levandomi gli occhiali da sole con un unico, plateale, gesto della mano come i playboy consumati.
Me lo ricordavo più complicato fare conquiste. Ormai sono le donne che ti cercano: che pacchia questa nuova epoca.

Scendo e la bionda, ora a tre metri da me in rapido (e gradito) avvicinamento, si ferma.

“Ops, pensavo fosse Giulia. Sai, l’auto. Scusami”.

Le domande che mi pongo sono essenzialmente due:
1) Ad un certo punto il karma smetterà di farmela pagare?
2) Perchè quando io sono in crisi e chiedo a mio sorella “Presentami una tua amica”, lei mi risponde “O sono brutte o non ti meritano”?

Giulia, io quella bionda me la meritavo. Ne sono convinto.

Tutti i clichè che ho sui blogger

“Scrivere? Chi, io? Mai”. (cit. me stesso fino a un annetto fa)

Non ho mai sentito il bisogno di tradurre su carta (o schermo che dir si voglia) i miei pensieri. Le cose sono due: o non ho pensieri, o non voglio ripensare alle cose che ho già pensato – Verba volant, scripta manent.
Non ho mai tenuto un diario segreto, a scuola scrivevo i compiti per casa su una delle agende che mio padre portava periodicamente a casa da lavoro e non sceglievo mai di fare il tema libero in italiano.

Tralasciando la logica domanda

E allora perchè diavolo stai scrivendo adesso?

vi voglio svelare che io ho sempre diffidato dai blogger. Anche solo per sentito dire.
Secondo me chi blogga:

- E’ qualcuno con vaghe aspirazioni da scrittore che non ha in realtà un vero pubblico in carne e ossa che voglia leggere quello che ha da dire.
Modello: Giovanni Leopardi 2.0

- E’ un impiccione che vuole sapere delle vite altrui.
Modello: signora dalla parrucchiera con casco della messa in piega.

- E’ qualcuno in cerca di accettazione sociale. Sono quelli che vi scovano grazie alle tag dei vostri articoli, vi mettono 73 like in un minuto e poi spariscono, aspettandosi che per cordialità voi ricambierete.
Modello: Gesù e i dodici apostoli (= followers).

- E’ qualcuno in cerca di improbabili amicizie, a volte magari addirittura con la sottile speranza che si traducano in sordide storiacce amorose che corrono sul filo della fibra ottica.
Modello: John Holmes con connessione Usb.

- E’ un tuttologo. Dalla lettera A di apicoltura alla Z di Zarathustra costui saprà sempre tutto su ogni cosa.
Modello: opinionista di Forum.

- E’ un comunista. I blog sono l’ultimo avamposto dell’Urss.
Modello: “Blogger di tutti i paesi, unitevi!”

- E’ qualcuno che ha delle cose da dire e lo fa con buone competenze: recensioni di film, libri, ricette o smartphone. Il problema è che non vuole cacciare i 18 € per avere un proprio dominio .com e quindi si riduce a usare wordpress.
Modello: Bill Gates de noartri.

Ah, in conclusione devo aggiungere la ciliegina sulla torta. Ho sempre pensato con fermezza che i blogger sono brutti. Sì, dico a voi.
Siete brutti.

Non è che con questo post mi sono inimicato la platea? Fammi controllare quanti follower ho già perso…

Chi se ne frega di tutto, oggi mi sento Hank Moody.

In una domenica mattina tersa come questa mi ricordo quanto è bello il sole. E’ proprio una sensazione di calore che si diffonde tra le ossa e scuote tutte le cellule. Fa bene.
Che settimana incasinata questa appena trascorsa. Come tante, forse tutte.
Ma è bello così in fondo. Chi vorrebbe vivere un’esistenza monotona? E allora ben vengano i problemi, le soluzioni che troviamo ad essi, gli amori persi e quelli che verranno, gli amici veri e tutti quelli che invece manderemo allegramente al diavolo.
Questa è la banale conclusione a cui sono arrivato io stamattina scendendo dal letto con il piede giusto.

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In un cassetto ho trovato questi occhiali da sole, sepolti da una marea di carte e buste. Sono di mio padre, o meglio erano, perchè me li ha regalati molto tempo fa, prima che si creassero troppe crepe nel nostro rapporto.
Sono occhiali che raccontano storie. Mio padre li ha portati negli anni ’80 quando ha girato in lungo e in largo l’Europa con i suoi amici. Portogallo, Grecia, Capo Nord, Spagna, Turchia, Germania, Svezia, Gibilterra. E potrei andare avanti ancora. Tutto questo assieme a tre amici fidati, estate dopo estate, a bordo delle loro automobili. Da piccolo pendevo dalle labbra di mio papà quando la sera dopo lavoro mi raccontava le avventure che avevano vissuto nei loro viaggi. E’ il ricordo più bello che ho di casa mia.
C’era molto sole in quei racconti.

Ecco perchè oggi prendo questi occhiali, li rigiro tra le mani guardandomeli bene e decido che li indosserò. Non l’ho mai fatto. Perchè oggi è una di quelle giornate.
E mi sento molto Hank Moody, il protagonista della serie Californication. Bello e maledetto, pieno di problemi ma senza fare in modo che questi mi abbattano.

Ho un appuntamento con una ragazza per un aperitivo. E’ da qualche settimana che ci sentiamo, anche se non ho esattamente capito a che cosa mi possa portare questa storia.
Ci siamo conosciuti tramite un’amica in comune e all’inizio credevo che fosse assolutamente persa di me, da come sorrideva a comando a tutto ciò che le dicevo, cazzate incluse.
Poi invece per un pò si è defilata, come se mi evitasse. Ora siamo in una fase intermedia. Dovrei preoccuparmi? No, non oggi. Oggi sono Hank Moody. Non ho un piano, non ho in mente di cosa parlarle e non mi importa se non farò colpo. Mi siederò davanti a lei e qualcosa salterà fuori. Magari mi chiederà dei miei occhiali e io le racconterò della loro storia e dei viaggi di mio padre.
Lei è una sognatrice, una specie di letterata con le testa fra le nuvole risvegliatasi in un mondo un pò troppo grigio e attento solo a sè stesso di cui anche io purtroppo sono un ottimo esempio. Credo che sarà piacevolmente sorpresa dall’atteggiamento con cui mi presenterò oggi, al di là di tutto.

Sì, oggi sono proprio Hank. Mi metto una camicia con i primi due bottoni rigorosamente slacciati, giubbotto in pelle, jeans e occhiali da sole. Non ho la Porche decapottabile come il vecchio Hank. Ma non importa.
Oggi se i problemi chiamano io non rispondo.