J.D. Dorian

“Qui è sempre la solita storia: ogni anno il lavoro aumenta, il personale diminuisce e quelli con la cravatta, dall’alto, ci impartiscono ordini da eseguire che complicano tutto”.

La porta dell’ufficio della direttrice si apre, sbatte e io mi ritrovo tra le due porte allarmate dell’uscita accanto a un’impiegata di cui non conosco l’età, ma solo che ha versato 26 anni di contributi. E se li porta malissimo. Farfuglia con me qualcosa, mi sta riassumendo la discussione appena avvenuta. Ascolto, la guardo negli occhi dall’alto in basso. Asserisco e dico qualche frase fatta di incoraggiamento vertente sulle malefatte degli uffici di direzione.
Il “bip” della serratura ci avverte che ora la porta si può aprire. La donna mi saluta con un cenno vago della mano ed io muovo un passo verso la mia auto nel parcheggio. Accidenti, ho scordato un modulo firmato nel cassetto della scrivania in ufficio che mi serve.
Rientro velocemente da un’altra porta, quella degli uffici aperti al pubblico.

Una sportellista che sta sistemando delle carte con calma mi chiede se faccio palestra. Qualche volta signora, quando non mi alleno a pallacanestro e non sono troppo stanco.
Ci dovrei mandare mio figlio che ha la tua età su per giù, quel pelandrone, replica lei. Scambio di sorrisi preconfezionati, ma perfettamente adatti alla circostanza.

Trovo il modulo nel cassetto e me lo infilo in tasca. Siamo rimasti in due in ufficio, io e un vecchio terminalista mezzo azzoppato da non so che evento della vita. Era zoppo già quando ho iniziato a lavorare. Si passa una mano sui capelli arruffati e brizzolati e sbuffa. Inveisce tra sè e sè con il monitor del pc.

“Sai come funziona questo programma per registrare il sistema POS, tu che sei giovane e te ne intenderai di computer più di me?”.

Mi avvicino allo schermo, ma non capisco il funzionamento del software che sta usando. Il mio buonsenso mi suggerisce di non cercare una soluzione al problema smanettando alla tastiera al posto suo. E’ il suo lavoro e non intendo accollarmi qualsiasi responsabilità se qualcosa non dovesse andare. Gli dico che non ne sono capace. Resto a guardarlo lavorare ancora qualche secondo mentre dice qualcosa sulla piaga della tecnologia che ormai ha reso tutto un inferno, poi lo saluto e alzo i tacchi.

Ora sono fuori dagli uffici per davvero e una rapida sbirciata all’orologio mi suggerisce che ho perso abbastanza tempo facendo avanti e indietro dopo l’orario di chiusura.
Faccio scattare la serratura dell’auto e spalanco la portiera. Una giornata come tante volge al termine.
Mi balena naturale la domanda su quanto sia incredibile e naturale che la gente si confidi con me, parli a ruota libera anche se mi conosce da poco o per molto poco. Eppure non credo di avere un grande dono di sensibilità umana. Forse è la mia tendenza a stare in silenzio e prestare massima attenzione ad ogni dettaglio a lavoro senza sbraitare ad indurli a ritenere che io sia un ottimo ascoltatore.

Come Dorian.